sabato 23 novembre 2019

Cristo Re dell'Universo

Gesù Cristo crocifisso, il re "buono" donato dal Padre
Commento alla Liturgia della Domenica, a cura di fr. Antoine-Emmanuel

Al tempo di Davide, fu il popolo a chiedere un re, anzi a scegliersi un re. Oggi noi riceviamo un re. Nella sua tenerezza, il Padre ci dona un re: Gesù Re dell’universo. Ce lo dona sulla croce. Ed il primo ad accoglierlo, a desiderare il suo regno, è un malfattore: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Come avvenne questa conversione? Come giunse a riconoscere Gesù come re, mentre, ci racconta Matteo, poco prima, insultava anch’egli Gesù? Sarà stata la presenza di Maria ai piedi della croce? Certo, è questa conversione che il Padre vuole donarci oggi: confessare la regalità di Gesù. Contemplare Gesù crocifisso, Gesù abbandonato, e riconoscere in Lui Colui, non solo per mezzo e in vista del quale tutte le cose sono state create, ma anche per mezzo e in vista del quale sono state riconciliate tutte le cose. Allora, innamorati di Lui solo e del suo Regno, non avremo più nessun altro re nel nostro cuore. Saremo liberi. Perciò, facciamo nostra la colletta odierna: «Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristo tuo Figlio, Re dell’universo, fa’ che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine».


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sabato 16 novembre 2019

33^ Domenica del Tempo Ordinario

Il Signore giudicherà il mondo con giustizia
Commento al Vangelo (Lc 21,5-19) 
tratto dal Messalino “Sulla Tua Parola" di Novembre-Dicembre 2019

C’è nel cuore di tutti noi un’attesa alla quale spesso non sappiamo dare un nome. Questo ci rende vulnerabili e ci può trasformare da credenti in creduloni, da discepoli dell’unico Maestro ci trasformiamo in seguaci dei tanti santoni che pretendono di sapere i tempi di Dio. Anche da questa deriva ci mette in guardia Gesù. Come poter discernere ciò che è eterno da ciò che è penultimo? Ciò che è vero da ciò che è inganno? Il segno distintivo è la persecuzione, che non è solo quella violenta ma, a volte, prende le sembianze della semplice incomprensione. Quando nelle nostre scelte, nella nostra vita, nella nostra sequela c’è il timbro della croce, solo allora possiamo essere sicuri di star camminando sulla via di Gesù di Nazareth. Il giorno del Signore non sarà altro che il momento del raccolto finale di ciò che si è seminato durante i nostri giorni. Il giudizio non è l’esito di un capriccio di Dio, né qualcosa di predeterminato, non ci sono uomini nati cattivi, predestinati alla perdizione. Noi cristiani siamo chiamati a vivere il giorno del Signore ogni settimana: la domenica non è un giorno come tutti gli altri. Ogni domenica siamo invitati a esaminare la nostra vita, capire se siamo paglia destinata al fuoco, se siamo quei superbi che si perderanno nei pensieri del loro cuore, come canta Maria nel suo Magnificat, oppure se, avendo conservato nel cuore il timore del Signore, saremo scaldati dal sole di giustizia.


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sabato 9 novembre 2019

32^ Domenica del Tempo Ordinario

Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto
Commento al Vangelo (Lc 20,27-38) 
tratto dal Messalino “Sulla Tua Parola" di Novembre-Dicembre 2019

Tra le varie interpretazioni della parola amore, una la fa derivare dal latino “a-mors”, cioè “senza morte”. Amare qualcuno qualcosa significa dire: “Tu non morirai”. Questo non hanno capito quei sadducei che oggi pongono quella strana domanda a Gesù, una domanda che usa la cinica ironia per metterlo in ridicolo davanti agli uomini. Pensano alla vita in Dio con le categorie di quaggiù, categorie di sopravvivenza, di amori che non hanno il potere di tenere in vita l’amato. Nella risposta di Gesù c’è un altro criterio di misura. Non ci saranno più né mogli né mariti, non perché non si riconosce l’importanza di quegli amori che hanno dato vita ai nostri giorni, ma semplicemente perché questi amori erano il riflesso di quell’amore totale di cui godranno coloro che vivranno in Dio. Quante volte anche noi pretendiamo di capire la realtà del Regno con le limitate categorie di questa vita, mostrandoci chiusi alla novità dell’annuncio cristiano. Amare in Dio vuol dire non possedere né pretendere di essere la risposta ultima ed esauriente al bisogno d’amore dell’altro. L’amore umano è quella lampada che ci permette di arrivare alla finestra da spalancare per far entrare la luce del sole.


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sabato 2 novembre 2019

31^ Domenica del Tempo Ordinario

La speranza della vita eterna
Commento al Vangelo (Lc 19,1-10) 
tratto dal Messalino “Sulla Tua Parola" di Novembre-Dicembre 2019

Gli uomini e le donne di questa nostra epoca desiderano ancora la vita eterna? O forse l’esistenza terrena è diventata l’unico loro orizzonte? In realtà, come già osservava sant’Agostino, tutti vogliamo la “vita beata”, la felicità. Non sappiamo bene che cosa sia o come sia, ma ci sentiamo attratti verso di essa. L’espressione “vita eterna” vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile: non una successione senza fine, ma l’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo, il prima e il dopo, non esistono più. Una pienezza di vita e di gioia: è questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo. Rinnoviamo in questo mese la speranza della vita eterna fondata realmente nella morte e risurrezione di Cristo. “Sono risorto e ora sono sempre con te”, ci dice il Signore, e la mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani e sarò presente persino alla porta della morte. Dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là io ti aspetto per trasformare per te le tenebre in luce. La speranza cristiana non è però mai soltanto individuale, è sempre anche speranza per gli altri. Le nostre esistenze sono profondamente unite le une alle altre ed il bene e il male che ciascuno compie tocca sempre anche gli altri. Così la preghiera di un’anima pellegrina nel mondo può aiutare un’altra anima che si sta purificando dopo la morte. Ecco perché la Chiesa ci invita a pregare per i nostri cari defunti.
Benedetto XVI, Angelus, 2 Novembre 2008


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sabato 26 ottobre 2019

30^ Domenica del Tempo Ordinario

LA “MISURA” DEL PERDONO È NEL CUORE DELL’UMILE
Riflessione su la Liturgia della Parola della Domenica
a cura di d. Vito Di Luca, ssp

Oggi siamo sollecitati a riflettere sulla giustificazione. Al termine della vita saremo di fronte a Dio per essere giudicati sulla sincerità della nostra coscienza. Dio non fa preferenze; l’unico riguardo sarà per il povero, l’orfano e la vedova (I Lettura), per chi si è affidato a Lui e perciò sarà compensato delle ingiustizie patite. Lo stesso Paolo, alla fine della corsa, un’esistenza spesa nell’annuncio del vangelo, fa un bilancio della sua vita: con la grazia del Signore ha conservato la fede (II Lettura) e ha avuto in dono la forza di perdonare ai persecutori; ora attende la corona di giustizia. È nella parabola del fariseo e del pubblicano (Vangelo) che Gesù ci fa conoscere il criterio della giustificazione seguito da Dio, che non si lascia ingannare da chi, come il fariseo, nella sua ipocrita rispettabilità si autoassolve. Dio apprezza, invece, il pubblicano perché non si nasconde dietro finzioni ma sa riconoscersi peccatore, mettendosi a nudo davanti a Dio, chiedendo pietà e misericordia. Egli non confida nelle sue preghiere, che forse non conosce, ma solo nell’infinita misericordia di Dio, al quale non servono tante parole quando gli si apre il cuore con sincerità.


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sabato 19 ottobre 2019

29^ Domenica del Tempo Ordinario

Il mio aiuto viene dal Signore
Commento al Vangelo (Lc 18,1-8) 
tratto dal Messalino “Sulla Tua Parola" di Settembre-Ottobre 2019

Nel Vangelo odierno Gesù ci indica le armi per ottenere ciò che gli chiediamo: la costanza e l’insistenza. Non perché Dio si prende gioco di noi e si diverte a vederci in difficoltà e scoraggiati, ma semplicemente perché vuole che siano manifesti, anzitutto a noi stessi, i nostri più profondi pensieri e i veri desideri. A volte la nostra preghiera può essere simile alla letterina scritta di getto dai bambini a Babbo Natale, nella quale chiedono l’ultimo giocattolo visto in tv, ma non è quello che veramente desiderano e quindi presto si stancano e finiscono per abbandonarlo, annoiati, in un angolo della stanza. L’insistenza nella richiesta è il segno che quello che chiediamo ci sta veramente a cuore e che, una volta ottenuto, ci aiuta a permanere nella pienezza della gioia. Nella nostra vita di fede ci saranno tanti nemici – come Amalèk nella prima lettura – che dovremo combattere per il nostro desiderio di arrivare a Dio. In questa guerra lui non ci lascia soli, ma si occupa di noi grazie a coloro che sostengono la nostra preghiera. Anche San Paolo ci esorta ad “appoggiarci su qualcosa di solido e di sicuro”. Un sostegno che ci viene dalla certezza che il Signore è risorto e vivente e che possiamo rafforzare con la frequentazione della Parola e dei Sacramenti.


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sabato 12 ottobre 2019

28^ Domenica del Tempo Ordinario

Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia
Commento al Vangelo (Lc 17,11-19) 
tratto dal Messalino “Sulla Tua Parola" di Settembre-Ottobre 2019

I lebbrosi che nel brano del Vangelo odierno si avvicinano a Gesù sono stati davvero coraggiosi: secondo la legge, dovevano infatti tenersi a debita distanza dai villaggi e annunciarsi tramite dei campanacci legati ai piedi. Come superano la distanza tra loro e Gesù? Con un grido. La loro stessa malattia era un grido che nessuno ascoltava più. Il grido della preghiera copre la distanza tra noi e Dio: non c’è lebbra che tenga, non c’è condizione che possa vincere sulla preghiera. Cosa chiedono? “Abbi pietà!”. Esattamente quello che facciamo noi all’inizio di ogni celebrazione eucaristica: chiediamo che sia colmata la distanza tra noi e Lui. Lo chiediamo a Lui che, solo, può superare questa enorme distanza. Quanto dovremmo lavorare, come cristiani, alla costruzione di vere comunità solidali! Il cristianesimo è una modalità di vivere la fede in maniera personale, ma non solitaria. Il consiglio di Gesù è assurdo: andate a presentarvi ai sacerdoti. Li tratta come fossero già guariti e loro si fidano,   e infatti durante il cammino verso il tempio avviene la loro guarigione. Solo uno, rendendo grazie a Dio, sarà salvato. La certezza della nostra fede non si basa su una nostra capacità di coerenza morale, messa a dura prova dal nostro limite e dalle difficoltà della vita, né si fonda sulla nostra fedeltà al Signore: sappiamo quanto siamo infedeli, peccatori, idolatri. E’ lui che rimane fedele: al progetto del Padre e al desiderio dell’uomo. Al Padre che vuole la salvezza per tutti i suoi figli, all'uomo che desidera questa salvezza.


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